Gioiello Ambientale
Un tuffo dove l'acqua è più blu
A ridosso della montagna
Gli antichi mulini ad acqua
I Palazzi Signorili del centro storico
Il castello ci osserva da lontano

Polcenigo

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Comune di Polcenigo: Ricchezze e Particolarità

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Polcenigo è un comune italiano di 3.200 abitanti della provincia di Pordenone in Friuli-Venezia Giulia. Comprende le frazioni Coltura, Gorgazzo, Mezzomonte, Range, San Giovanni.
Inserito in un territorio per lo più collinare, a pochi chilometri dalla Foresta del Cansiglio, il paese di Polcenigo si trova a una altitudine di 42 m sul livello del mare.

 

UN TERRITORIO DA SCOPRIRE

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Il Comune di Polcenigo è compreso in un territorio ricco di sorgenti e corsi d'acqua, in cui le bellezze storico-artistiche ed elementi naturali si combinano in una fusione armoniosa e a tratti sorprendente.
Il territorio di Polcenigo esprime, da un punto di vista delle potenzialità turistiche, valori significativi:

· è un luogo adatto allo SLOW TOURISM: un territorio da scoprire poco a poco, con ritmi lenti e con occhio attento e partecipe, privilegiando i mezzi come "i piedi", la bicicletta, la mountain bike, il cavallo, ….;
· è un luogo adatto ad un turismo "DI SCOPERTA", ambientalmente corretto e a basso impatto ambientale, che ben si adatta alle caratteristiche peculiari del territorio;
· l'ambiente, sia esso naturale che antropizzato, è integro e preservato;

 

· esiste un notevole patrimonio di bellezze naturali;
· vi è una significativa presenza di BORGHI caratteristici e di architettura spontanea, ma anche di luoghi ricchi di STORIA, ARTE e CULTURA;
· esistono peculiari attività artigianali tipiche del luogo (tra le quali spicca la cesteria);
· i prodotti enogastronomici sono molteplici;
· trattorie, ristoranti, agriturismi permettono di apprezzare e godere la cucina locale che è di ottimo livello;
· i servizi, diffusi e di diversa tipologia, sono presenti in tutto il Comune;
· la varietà dell'offerta turistica garantisce un offerta adeguata a target differenziati;
· strutture e infrastrutture (percorsi, etc.) consentono la pratica sportiva, soprattutto quella che mette più in contatto con la natura e le bellezze del territorio;

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Museo d'Arte Cucinaria

· a Polcenigo si trova il MUSEO dell' ARTE CUCINARIA che è una cellula dell'Ecomuseo "Lis Aganis", Ecomuseo Regionale delle Dolomiti Friulane, che consente al turista di immergersi completamente nella cultura, nella tradizione e nell'ambiente che lo circonda.
L'Ecomuseo conta oggi 48 soci (la Provincia di Pordenone, 20 Comuni, la Comunità Montane del Friuli Occidentale, il Bacino Imbrifero Montano del Livenza, 22 Associazioni Culturali, 1 Direzione Didattica, 2 Istituti Comprensivi) e 26 Cellule tematiche inserite nei percorsi ecomuseali acqua, sassi e mestieri.
Le cellule ecomuseali sono luoghi in cui ognuno può vivere esperienze ed emozioni, partecipare a laboratori, acquisire conoscenze e saperi... sentirsi protagonista del territorio per conservare e mantenere vivo il patrimonio della Comunità locale.

 
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Borgo di Polcenigo

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Il suggestivo Borgo di Gorgazzo

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I caratteristici Mulini di Polcenigo

 

Perchè il nome Lis Aganis?

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C'era una volta una donna con tanti bambini da crescere. Un giorno incontrò una salamandra sulla sponda di un ruscello e la aiutò a partorire. Era una agana. L'agana le regalò una matassa di lana il cui filo non finiva mai. Con quella matassa, lavorando, la donna poté allevare i suoi figli. La matassa passò di mano in mano e si dice che continui a girare. La matassa è il nostro territorio: risorsa da usare insieme, ognuno a modo suo, a seconda delle necessità, senza esaurirla.

Storia di Polcenigo - Gioiello Ambientale

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Le prime tracce storiche di popolamento nell'attuale comune di Polcenigo si datano già al Paleolitico con vari rinvenimenti sparsi, ma è senza dubbio il sito archeologico del Palù quello che riveste il maggior interesse, tanto da essere stato annoverato nel 2011 tra i siti internazionali tutelati dall'UNESCO. In questa zona, un tempo ai margini di un lago oggi scomparso nei pressi delle sorgenti del fiume Livenza, fu edificato oltre 5.000 anni fa un villaggio impropriamente definito palafitticolo (in realtà, su bonifica) da una tribù che praticava la caccia e la raccolta, ma anche l'agricoltura e l'allevamento. Il villaggio ebbe una lunga durata, poi sparì per motivi sconosciuti, lasciando però cospicue tracce archeologiche perfettamente conservate nell'acqua e nel fango (fra gli altri, materiali in pietra e in ceramica, ossa, semi, pali di sostegno e tavolati pavimentali delle palafitte, un remo, un coltello di legno e una mestola di indubbio interesse).

 

ORIGINI ANTICHISSIME

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Nei millenni seguenti la zona fu ancora abitata, in particolare, nell'età del ferro, da popolazioni di probabile estrazione venetica, forse mescolatesi con i Celti, che hanno lasciato alcuni reperti.

Giunsero poi tra il primo secolo a. C. e il primo d. C. i Romani, che avevano spinto la loro colonizzazione fino alla pedemontana: proprio a questo periodo risale il toponimo Polcenigo, un caratteristico nome di luogo prediale, nel quale a un prenome schiettamente latino (Paucinus o Pulcinius) si è legato un suffisso celtico (-igo), a indicare una terra posseduta da una persona così nominata.
Tessere di mosaico, monete, frammenti di vasi e laterizi trovati di frequente nei campi sono precise testimonianze della dominazione latina, che qui ebbe delle fattorie e forse anche delle ville.
Seguirono secoli di silenzio, ma non di spopolamento, attraversati dalle migrazioni barbariche (di sicuro arrivarono i Longobardi) e da profonde modificazioni dell'assetto sociale ed economico.

 

Il Cristianesimo, irradiatosi prima da Aquileia e poi da Concordia, sostituì fra il V e il VI secolo il paganesimo romano, dando origine a una pieve rurale fra le primissime del Pordenonese e a una chiesa sicuramente molto antica come San Floriano, sull'omonimo colle, dalla quale derivarono poi le altre chiese e parrocchie locali. Nel 963 l'imperatore Ottone II concesse in feudo al vescovo bellunese Giovanni vari territori, fra i quali quello polcenighese. Il prelato a sua volta infeudò una famiglia di soldati, che sarebbero divenuti i signori e poi, solo nel XII-XIII secolo, i conti di Polcenigo. Essi dominavano su un ampio feudo, costituito da due parti distinte e distanti, la prima formata dagli attuali comuni di Polcenigo e Budoia, l'altra, più a est, da Fanna e Cavasso Nuovo. Sedevano nel Parlamento della Patria del Friuli tra i primi posti, segno di potere e di anzianità, intrecciando fra XI e XV continue alleanze e parentele con le più importanti famiglie nobili friulane e venete all'interno del Patriarcato di Aquileia e applicando nel loro feudo gli statuti emanati nel 1301 e ritoccati nel 1356. Sul colle che dominava la confluenza del Rui de Brosa col Gorgazzo eressero un robusto castello, dal quale sorvegliavano il territorio e nel quale potevano rifugiarsi gli abitanti in caso di attacchi nemici.

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Vista del Castello di Polcenigo

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Chiesa di San Giacomo

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Palazzo Pezzutti

 

UNA STORIA LUNGA

Agli inizi del '400 al dominio temporale del Patriarca subentrò quello della Repubblica di Venezia, che aveva progressivamente esteso la sua influenza alla terraferma a scapito del presule aquileiese.
I Conti di Polcenigo con i nuovi padroni veneziani continuarono a esercitare i loro poteri giuridici e fiscali sui sudditi, pur con alcune limitazioni e con la graduale scomparsa degli statuti medievali, imprimendo intanto un certo sviluppo alle attività economiche, legate non solo all'agricoltura (cereali, viti, frutteti, ortaggi) e all'allevamento (bovino ma soprattutto ovino), connesso questo con la pratica dell'alpeggio estivo sui monti sovrastanti il paese.
Nel territorio polcenighese si diffusero così già dal Medioevo vari opifici idraulici (mulini, segherie, folli da panni, battiferro) che sfruttavano le copiose acque della zona, e in particolare del Gorgazzetto, un canale artificiale derivato dal Gorgazzo, per attività artigianali e protoindustriali. Erano presenti anche la silvicoltura, che sfruttava i numerosi boschi della zona per rifornire di legno di vario tipo le città vicine e la stessa Venezia, la produzione di carbone vegetale, sempre utilizzando l'abbondante legname offerto dalla zona montana, e la lavorazione della pietra, praticata da decine di abili taiapiera (scalpellini) attivi anche fuori da Polcenigo.

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La tradizionale lavorazione dei cesti di Polcenigo

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Covoni di fieno

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Uno dei caratteristici mulini ad acqua

 

Già nel Seicento, ma ancor di più nei secoli seguenti, diventò fondamentale l'allevamento dei bachi da seta, che dava un prodotto reputato di altissima qualità e fece sorgere diverse filande e una rinomata fabbrica di calzette di seta, in funzione tra fine Settecento e inizi Ottocento. Nonostante tutto, la stragrande maggioranza della popolazione viveva in difficili condizioni materiali e spirituali, con un'altissima mortalità infantile, un'alimentazione scarsa e monotona e una costante ristrettezza economica.
Con la caduta della Repubblica di Venezia nel 1796-97, Polcenigo visse un momento travagliato e percorso da nuove carestie ed epidemie, passando più volte in meno di vent'anni dai Francesi agli Austriaci, e viceversa, durante il concitato periodo delle guerre napoleoniche, per finire nel 1814 a far parte dei domini degli Asburgo. Sotto l'Austria restò fino al 1866, quando entrò nel Regno Italiano, dopo che per anni una larga parte della nobiltà e della borghesia polcenighese aveva dimostrato aperte simpatie per i Savoia e sfornato diversi patrioti antiaustriaci, fra i quali uno dei Mille garibaldini, Pietro Pezzutti.

L'appartenenza al regno sabaudo non risolse però i problemi che attanagliavano il paese, riconducibili a un'economia ancora prevalentemente agricola, arretrata e poco produttiva e quindi incapace di sostenere una popolazione che in meno di cent'anni era praticamente raddoppiata.
Se l'emigrazione sia maschile che femminile (soprattutto a Venezia, ma anche a Trieste e in altre zone) era una pratica che durava ormai da secoli, l'Ottocento vide un intenso aumento del fenomeno e un allargamento del raggio migratorio, inizialmente verso le vicine terre austriache e tedesche, poi verso altri Paesi europei (soprattutto la Svizzera e la Francia, ma pure la Romania e la Russia, per costruirvi la Transiberiana) e infine anche verso l'America, ovvero il Brasile e l'Argentina, soprattutto dopo il 1877, senza scordare altri flussi diretti a nord verso gli USA e il Canada.
Minatore, cavatore di pietra, muratore, manovale, segantino, fornaciaio, ortolano e contadino erano i mestieri che abitualmente svolgevano gli emigranti polcenighesi, mentre le donne facevano le balie, le cameriere e le portatrici d'acqua. Nonostante la forte emigrazione, stagionale o temporanea ma talvolta definitiva, la popolazione non diminuiva e la miseria rimaneva molto diffusa, con conseguenze nefaste come la pellagra, la tubercolosi e la denutrizione.

I due conflitti del Novecento apportarono morti e distruzioni, soprattutto il primo, che vide cadere sui campi di battaglia oltre cento Polcenighesi e la pesantissima occupazione austro-tedesca del 1917-18, seguita dalla terribile epidemia di spagnola con decine di vittime.
La seconda guerra mondiale dal canto suo, oltre a numerosi caduti sui vari fronti di guerra e particolarmente in Russia, comportò l'occupazione tedesca dal 1943 al 1945. Essa si trasformò presto in feroce repressione contro i civili, accusati non a torto di sostenere le bande partigiane installatesi sui monti sovrastanti il paese, fra il Cansiglio e il Monte Cavallo; bande alle quali parteciparono non pochi giovani Polcenighesi, dando un rilevante contributo di combattenti e di vittime.

La fine del conflitto lasciò devastazioni, morti, odi e sospetti; l'economia stentava a riprendere, e così ricominciò massicciamente l'emigrazione, spinta quasi in ogni angolo del mondo, Australia compresa, e proseguita in varie forme, fra le quali merita di essere ricordata almeno l'attività negli alberghi e nella ristorazione, che vide centinaia di Polcenighesi validamente impegnati come cuochi, camerieri, barman e portieri d'albergo in mille località italiane e internazionali.
Gli ultimi decenni hanno portato condizioni di vita notevolmente migliorate. La possibilità di trovare lavoro nei servizi e nelle industrie sorte a partire dagli anni Sessanta ha comportato una pressoché totale scomparsa agli inizi del decennio seguente del fenomeno migratorio, sostituito invece negli ultimi quindici anni dall'immigrazione di centinaia di stranieri (soprattutto albanesi, rumeni, ghanesi e nordafricani) che qui hanno trovato occupazione, alloggio e istruzione per i propri figli, nonché dall'arrivo di diverse nuove famiglie attratte dalla tranquillità, dalla vivibilità e dagli elevati valori storici, architettonici e ambientali offerti dal capoluogo e dalle varie frazioni.

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