La Sagra dei Sest - Polcenigo

sagra-sest-polcenigo

Sagra dei Sest - Polcenigo

L'arte dell'intrecciare

L’arte millenaria della cesteria trova nella Sagra dei Sest di Polcenigo una sorta di celebrazione dalle origini lontane: iniziata forse già nel ‘400, la tradizione si è mantenuta attraverso i secoli rinnovandosi annualmente la prima domenica di settembre.

La festa si teneva originariamente presso il Santuario della Santissima ed era un semplice mercato di attrezzi rurali, di ceste per i lavori agricoli e di botti, ma molto frequentato. Infatti la coincidenza con il periodo della vendemmia e della raccolta del granoturco faceva aumentare la richiesta di cesti in vimini necessari per quei lavori.

L’arte di intrecciare i cesti non apparteneva ad un singolo professionista, ma era patrimonio di molti artigiani e contadini che, nei tempi di pausa dal lavoro, si dedicavano alla paziente costruzione di cesti.

Nel Novecento la festa si è trasferita in centro a Polcenigo, dove oggi accorrono migliaia di persone provenienti da tutto il Triveneto per l’unico mercato specializzato del genere in Friuli Venezia Giulia.
Da alcuni anni, inoltre, l’Amministrazione comunale, con la collaborazione della Pro Loco di Polcenigo, sta organizzando numerosi corsi di intreccio, con il progetto di aprire una vera e propria scuola di cesteria.

cesti-polcenigo
sagra-polcenigo

Si riporta un articolo sulla sagra scritto da Ermanno Contelli su "Tuttopordenone" nel 1994 che descrive le prime sagre dei Sest.

“La "Sagra dei Sest" si svolge, da più di trecento anni, il primo fine settimana di settembre. Era nata come semplice mercato di ceste per i lavori agricoli e si teneva nei pressi del santuario della Santissima alle sorgenti del Livenza. Poi nel secolo scorso, si è trasferita nel centro storico di Polcenigo ed e diventata l'appuntamento più importante dell'anno.
Quello chè è oggi un fiorente mercato del cesto e di altri articoli confezionati con vimini o giunco, o anche doghe, era un tempo una cosa da poco, una manifestazione spontanea e alla buona, un misero “marcà dei zhestón” , che vedeva ogni anno affluire in paese, alla vigilia della vendemmia, da una parte un ristretto numero di cestai e di bottai, dall'altra i contadini della zona. I primi arrivavano alla piazza del Borc (così è chiamato, ancor oggi, l'abitato posto ai piedi del castello di Polcenigo) su traballanti carrette, dopo un percorso anche lungo e dopo magari aver passato la notte giacendo nell'ampio porticato della chiesa della Santissima, appena fuori del paese.
Particolarmente affezionati all’appuntamento polcenighese della prima domenica di settembre erano i cestai di Rua e di S.Pietro di Feletto, in provincia di Treviso. Alcuni di loro potremmo addirittura inserirli in una specie di libro d'oro: come Amalia De Martini, che intervenne alla sagra di Polcenigo per oltre settant'anni, o gli altrettanto validi inseguitori Assunta Dal Colle ed Egidio De Martini. Per non parlare dell'ultrasecolare presenza della ditta Piccin di Rua.
Il mercatino vedeva dunque una partecipazione ridotta di produttori. Gli stessi prodotti erano limitati per quantità e varietà: quasi tutti,comunque, avevano finalità molto pratiche, giacché erano destinati al lavoro agricolo, come la raccolta delle pannocchie, o all'uso domestico, come nel caso degli attrezzi per la cucina.
Ma vediamo in dettaglio, aiutati da un esperto del luogo (il maestro Cirillo), quali erano le principali attrazioni del mercato lignario di Polcenigo. Sullo stesso carretto di arrivo o ai piedi di esso, il posto d'onore era ovviamente riservato a lui, al “zhestón”, ossia all'attrezzo che più di ogni altro giustificava e persino determinava, l'appuntamento settembrino. Era, questo, il cesto vero e proprio, confezionato con vimini cui spesso era stata tolta la scorza.. Quest'ultima condizione rendeva i cesti ovviamente bianchi e ne decretava soprattutto un impiego domestico, come quello del trasporto del bucato, ma c'erano anche cesti totalmente scuri, per gli usi più bassi, e altri a strisce bianche e scure alternate, che venivano usati invece per trasportare pannocchie, uva, patate, fagioli, mele e così via.
C'erano poi, per restare nel settore del vimine, altri strumenti di uso comune, come la “zhesta”, con o senza coperchio, che veniva solitamente impiegata per il trasporto dei viveri o come il “van”, uno strumento a forma di cappa che, riempito di grano o legumi, veniva ripetutamente scosso per far uscire la pula, o ancora la “crìola”, cioè una stia a forma di calotta sotto cui trovavano riparo, o venivano costretti, i pulcini. Mancava la gerla, il caratteristico recipiente a forma di piramide rovesciata che, con il nome di “cos”, trovava invece largo impiego a Meduno e dintorni soprattutto per il trasporto di foglie, fieno o letame.
Nella zona di Polcenigo le funzioni della gerla erano parzialmente svolte dalla “sbrinzhia”, un rudimentale cestone formato da due cerchi sovrapposti e distanti fra loro circa mezzo metro e con un diametro quasi doppio.
Da segnalare ancora, nell'ambito del mercato, un settore riservato agli oggetti ottenuti mediante la lavorazione dei tronchi. Alfieri di tale produzione erano soprattutto gli artigiani di Clàut, che creavano in particolare attrezzi per la cucina, fra cui primeggiava la “sedón” (cucchiaio). La casalinga di Polcenigo poteva tuttavia scapricciarsi, non mancando quasi niente sul tipico carretto a due ruote trainato dalle donne clautane. Ecco allora, opportuna, la serie delle posate: dalla ricordata “sedón” al “pirón” (forchetta), alla “ciazha” (mestolo) ecc.; o quella delle stoviglie: dalla “cona” (ciotola) al “pestasal co'1 pestaról” (mortaio per sale con pestello), al “salarìn” (saliera), al portauovo, al portapepe ecc.; o, ancora, la serie degli attrezzi per maglieria: dall'arcolaio al “fuss”, alle “bale de lenc” (oggetti a forma d'uovo per rammendare calze)...
Resterebbero da affrontare i complessi mondi della cantina e della stalla nei quali il legno entrava in misura massiccia: si pensi ai vari tipi di tini e botti, ai gioghi e ai collari, ai sedili e secchi per mungere. Una trattazione che ci porterebbe lontano...”

sagra-sest

loghi-turismo-alto-livenza